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Siamo Ribelli

 

(er.ma)In questo libro intitolato "Siamo i Ribelli storie e canzoni della Resistenza di Michele Anelli per la collana Distorsioni della Selene Edizioni compare anche un lungo racconto di Ermanno Mariani intitolato "La ballata di Mac e del mostro di acciaio", ne pubblichiamo uno stralcio

Questa è la vera storia di Arcibald Donald Mackenzie, capitano degli alpini scozzesi, caduto prigioniero dei soldati italiani in Africa, deportato in Italia ed internato nel campo di concentramento di Veano dal quale era fuggito l'otto settembre 1943, con il suo amico Frecen Gregg, ufficiale irlandese, nome di battaglia capitano Ganna, Mackenzie durante la latitanza sull'Appeninno piacentino si ammalò di ameba, una fastidiosa malattia tropicale che aveva contratto in Africa, fu ospitato in quel periodo da Don Amasanti a Groppo Ducale e qui si abboccò con i partigiani. La gente del posto gli aveva subito voluto bene. Passava il suo tempo a raccontare favole ai bambini. Mackenzie aveva quaranta anni, alto, magro, l'unico vezzo che si concedeva era quello di tingersi di nero i capelli brizzolati, lisci e pettinati all'indietro. Forse in questo modo pensava di essere più vicino ai partigiani che avevano quasi tutti vent'anni e loro, i partigiani gli affibbiarono un nome di battaglia, semplicemente: Mac. Era abile Mac e soprattutto sapeva farsi ben volere. Si dava un gran da fare per accogliere e offrire rifugio ai militari alleati fuggiti dal campo di concentramento di Veano e da altri campi di concentramento della zona. Americani, inglesi, australiani, polacchi, russi, tutti fuggiaschi ricercati dalle polizie tedesche e fasciste ben presto conobbero Mac. Grazie alle sua doti organizzative dispose una rete di amicizie che gli consentì di mettere in salvo durante l'inverno 1943 - 1944, decine e decine di soldati alleati che dotati di falsi documenti e guide esperte venivano condotti fino in Svizzera e da qui potevano tornare nei loro paesi. Mac avrebbe potuto andarsene da quella guerra quando avrebbe voluto, la rete che lui stesso aveva creato, gli avrebbe consentito di raggiungere la Svizzera in qualsiasi momento. Ma non voleva lasciare l'Appennino e nemmeno i partigiani. Un giorno il suo amico Ganna decise di tornare in Svizzera. L'irlandese a lungo insistette per portare con sé lo scozzese ma questi fu irremovibile. "Per combattere nazisti e fascisti, ogni posto è buono. Io servo la causa della libertà e forse anche oltre le linee tedesche, fra questi guerriglieri, posso offrire il mio contributo alla lotta" disse Mac irremovibile all'idea della partenza. Un lungo abbraccio fra lo scozzese e l'irlandese davanti ai partigiani commossi. Fu l'ultima volta che i due amici si videro. E così Mac rimase a combattere per sua scelta, per la libertà di un paese a lui sconosciuto, fra gente a lui sconosciuta. Non solo seppe farsi apprezzare da tutti i partigiani per le sue doti umane ma anche per le sue qualità di comandante ed organizzatore. Il suo stile gli fu riconosciuto e in breve fu acclamato all'unanimità comandante della brigata Stella Rossa, proprio lui che non era italiano e neppure comunista. Ma seppe fare la sua parte in quella guerra. Tante le azioni a cui partecipò ma voglio ricordare solo l'assedio di Pontedellolio, la più ambiziosa e vasta operazione militare dei partigiani piacentini e di cui Mac fu uno dei principali artefici.

Era il 4 ottobre del 1944, da quattro giorni era incominciato l'assedio e da quattro giorni pioveva a dirotto. I partigiani insaccocciati nei loro giubbetti di tela inzuppati d'acqua guardavano le mitraglie e guardavano il paese sotto di loro, impossibile fumare una sigaretta. Pontedellolio sotto di loro, sulle basse e marronverdi colline piacentine era la porta fra la pianura e la valle del Nure. Il paese che aveva migliaia di abitanti era interamente stato circondato dalle brigate Stella Rossa e Mazzini e da due distaccamenti di garibaldini della brigata Bersani. Le mitragliatrici Breda calibro otto erano state piazzate a corona sulle colline che circondavano il paese. L'acqua sgocciolava sulle canne puntate sul paese, le case erano basse, colore pastello. Le strade deserte. Tapparelle e persiane serrate, civili incantinati. Sui muri i bizzarri disegni delle raffiche di mitraglia. Disegni che aumentavano di ora in ora scrostando gli intonachi delle pareti. I distaccamenti dei garibaldini stavano alle spalle del paese, sulle colline che si affacciano a oriente. Mentre la Stella Rossa e la Mazzini erano davanti a Pontedellolio. A dividerle dal paese il lungo ponte che superava il Nure. Un lungo e stretto ponte di pietra, ad arcate. I partigiani erano quasi mezzo migliaio. I fascisti circondati nel paese ed asserragliati all'interno della caserma e della scuola elementare erano poco meno di ottanta. Anche loro armati di mitraglie.

A guidare la brigata Stella Rossa il capitano degli alpini scozzesi Arcibald Donald Mackenzie. A guidare la Mazzini il comandante Pippo Panni. I due distaccamenti dei garibaldini erano invece sotto il comando di Fra Diavolo. C'erano comunisti, democristiani, socialisti, azionisti, anarchici, monarchici. Tutti insieme per una volta soltanto contro i fascisti. Per tutti i partigiani lo scozzese era sempre, semplicemente il capitano Mac.

Durante l'assedio Mac, costante osservava con il suo cannocchiale da una postazione di mitraglia prima la caserma e poi la scuola dove erano asserragliati i fascisti. L'acqua sulle lenti del cannocchiale formava strani cristalli che interrompevano la visuale. "Non la smette più di piovere?". Borbottò Biondo.

"Devono cedere. Perché non si arrendono. Sono senza acqua e senza luce da quattro giorni. Ormai anche viveri e munizioni saranno agli sgoccioli per loro" Sibilò fra i denti lo scozzese. Anche i binari della ferrovia che allora portava da Piacenza a Bettola passando per Pontedellolio erano stati fatti saltare per aria in più punti. La strada provinciale 654 che da Piacenza portava a Pontedelolio nel tratto occupato dai partigiani era stata disseminata di mine. Ad un tratto quelli della repubblica incominciarono a cantare dalla scuola e dal comune:

Battaglione del Duce, battaglioni,
della morte Creati per la vita,
a primavera s'apre la partita,
continenti fanno fiamme e fior
Per vincere ci vogliono i leoni
Di Mussolini armati di valor.

Dalle colline di rimando i partigiani attaccarono:

Urla il vento infuria la bufera
Scarpe rotte eppur bisogna andar
A conquistare la dolce primavera
Dover sorge il sol dell'avvenir
A conquistare la dolce primavera
Dove sorge il sol dell'avvenir

Poche strofe poi i canti furono coperti da canto roco, basso, delle mitraglie. Incominciarono a rafficare tutti insieme dalle loro postazioni disegnando con i proiettili nuovi e strani ghirigori sulle pareti della scuola e della caserma dove erano barricati i camerati della brigata nera di Lucca e della guardia nazionale della 630° di Piacenza. Un mitragliamento ininterrotto che per un istante sembrò urlare all'unisono in un unico lungo diapason. Poi lentamente il canto metallico rallentò d'intensità ma senza interrompersi. Anche la gente di Pontedellolio era senza luce e senza acqua da quattro giorni. Chiusa nelle case la gente si tappava le orecchie ripetendo: "ma quando la finiranno".

Neppure le notti di quell'assedio si poteva stare in pace. Con il favore del buio infatti sparuti drappelli di partigiani, i maggiori fegatacci delle brigate, scendevano per le vie del paese rasentando i muri come gatti e arrivati a tiro della scuola elementare e della caserma dove erano rinchiusi quelli della repubblica, scagliavano le loro bombe a mano e le mine anticarro, così tanto per guastare il sonno agli assediati. E quelli destatisi di soprassalto al fragore degli scoppi si riattaccavano alle mitraglie sparacchiando all'impazzata, a casaccio mentre i partigiani al riparo dietro ai muri delle case sogghignavano non senza un pizzico d'angoscia per tutto quel fragor di spari. Improvvisamente la pioggia rallentò la sua intensità piccole e fitte gocce presero il posto dei goccioloni di poco prima, le mitraglie smorzarono rapide la loro discussione.

Lunghi minuti di silenzio. Il capitano Mac con i suoi occhi azzurri cercava di frugare fra le perline fitte di pioggia. Nulla di nulla, tutto sembrava immergersi in un sudario. Del paese si potevano intravedere i tetti ocra delle case fradice, l'alto campanile delle chiesa che aveva cessato da quattro giorni, quando era incominciato l'assedio, ogni sua funzione. Anche il prete, don Tinelli se ne stava rintanato come tutti i suoi compaesani. Esporre all'aria il becco non era igienico. In quei quattro giorni e in quelle quattro notti si erano sparati centinaia di migliaia di colpi. Un baccano infernale. Incredibilmente c'era stata una vittima soltanto, si chiamava Topolino. Una staffetta partigiana di soli quindici anni che era stata colpita alla schiena da un colpo di mitraglia. Non si era mai capito se il colpo era arrivato dalle postazioni della repubblica o da quelle delle dei ribelli.Topolino era stato subito portato in paese con un calesse. Era stato mandato a chiamare da don Tinelli parroco di Pontedellodio, un medico della Lutwaffe di stanza al vicino aeroporto di San Damiano e nonostante fosse un nemico dei ribelli, il tedesco accettò di superare con una bandiera bianca le linee partigiane, visitò il ragazzo. Niente da fare fu il responso. Topolino spirò poco dopo. Il tedesco rientrò all'aeroporto.

Nel pomeriggio di quel 4 ottobre dalla provinciale echeggiò improvvisamente lo scoppio di un motore.
"Il tullòn dla verdura" gridarono i partigiani.
Era un gigantesco blindato ricavato da un autocarro Fiat 666 utilizzato un tempo per portare la verdura marcia, spazzatura, da qui il soprannome appioppatogli dai ribelli: tullon dla verdura.
Era un mostro di acciaio lungo otto metri e alto quattro, correva troppo veloce sulla provinciale per essere un carro armato, infatti non aveva cingoli ma ruote di autocarro. Dalla testa del mostro (la torretta girevole) spuntava una potente mitragliatrice breda da 12,7 millimetri. Da ogni lato del titano apparivano diverse feritoie, per cui all'occorrenza la mitragliatrice poteva spostare la direzione del tiro. La sua blindatura era di nove millimetri di acciaio. Imperforabile per qualsiasi mitraglia in dotazione alle brigate partigiane. Il tullon dla verdura, correva rapido sulla rotabile in direzione di Pontedellolio. La strada era stata minata dai partigiani ma miracolosamente il blindato correva sopra gli ordigni senza saltare per aria fra il mugugno e il disappunto dei partigiani che osservavano la sua corsa, forse le mine erano vecchie o difettose. A Mac che osservava il mostro di metallo, l'intento del blindato apparve subito chiaro. "Sta portando viveri e munizioni agli assediati". L'ufficiale scozzese scambiò un occhiata d'intesa con Biondo e Santo i suoi secondi e ordinò il fuoco. I proiettili traccianti delle mitraglie raggiunsero a cascata, incessanti, il blindato che continuava a rullare in direzione del ponte. Dalle colline circostanti la strada si scatenò l'inferno, tutte le mitraglie sparavano sul mostro che continuava incurante ad avanzare. I proiettili martellavano sulla corazza come feroce pioggia battente...