Intervista a Ermanno Mariani  Apparsa sul sito www.landscape.it/viceversa/libri/intervistamariani

a cura di Marco Denti


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Intervista ad Ermanno Mariani

Lasciate perdere quelli che dicono di essere giovani e anche quelli che vantano di essere scrittori perché hanno messo insieme un centinaio di pagine in bello stile. Lasciate perdere vegetariani e cannibali che dietro sigle improbabili nascondono la loro vergogna di essere figli di papà. Provate a leggere Cronisti Di Provincia di Ermanno Mariani: trent'anni, una laurea in storia che non gli è servita a granché e una vita passata tra sbirri, puttane, delinquenti, lunghe notti sulla via Emilia e altrettante in fumose redazioni di giornali di provincia a scrivere di stupri, incidenti mortali e drammi d'ogni forma e natura. Lentamente, per uscire dal circolo chiuso della cronaca nera, Ermanno Mariani ha cominciato a trasferire le sue storie in short stories, magari non illuminate dal punto di vista stilistico, ma sicuramente vere, credibili e oneste da tutti gli altri. Una prima raccolta, Lungo La Via Emilia e poi il recentissimo Cronisti Di Provincia, dimostrano che Ermanno Mariani magari non diventerà il James Ellroy italiano, ma non resterà neanche l'oscuro travet delle redazioni locali perché ha una sincerità che lo porterà dove vuole lui. Dentro o lontano dalla provincia che ama così tanto, non fa differenza.

La provincia era già un paesaggio determinante nella tua prima raccolta di racconti, Lungo La Via Emilia. E' una scelta questa ambientazione che ritorna, adesso, con Cronisti Di Provincia ?
Sì, è una scelta perché io abito a Piacenza, amo molto la mia città e tutte le zone limitrofe, soprattutto quelle attraversate dalla via Emilia, che torna sempre in tutte le mia narrazioni. Io sono innamorato di questi posti.


Non c'è il rischio di finire nel provincialismo, un limite non indifferente nella scrittura?

Sì, c'è questo rischio, me ne rendo conto, ma io sono soltanto un cronista di provincia e uno scrittore di provincia. Non ho particolari velleità: non frequento i salotti, non ho amicizie nei giri culturali che contano. Lo dico con molta modestia perché mi rendo conto che è un limite. Ma è quello che sono. Non riuscirei a scrivere un romanzo ambientato a New York. Forse lo potrei fare ambientato a Crema o a Piacenza o a Parma.


Come vivi il rapporto tra giornalismo e scrittura, che hanno due tempi decisamente differenti?
Purtroppo fare il giornalista aiuta e nello stesso tempo limita il lavoro di scrittore. Aiuta perché comunque scrivi tutti i giorni e questo ti consente di venire a contatto con delle storie che possono poi essere sviluppate fino a diventare racconti. E' un limite perché la scrittura giornalistica, salvo qualche raro caso, è molto povera rispetto a quella del narratore. Facendo il giornalista c'è il rischio di fissarsi su certi stereotipi di scrittura.


E' forse il limite più evidente di Cronisti Di Provincia : lo stile non sembra interessarti in maniera particolare.
Mi rendo conto che dal punto stilistico la mia scrittura non è un granché, ma a tutti gli effetti devo dire che ho sempre riservato poco tempo alla forma. Ho sempre cercato di trovare una storia da raccontare, qualcosa che potesse interessare magari soltanto un pubblico della mia città, ma che però avesse un fondo, qualcosa dentro. Credo che poi, quando una storia ha un suo senso, una sua logica, dei personaggi riconoscibili può avere un valore che va oltre la città o il paesaggio in cui è ambientata.


La scrittura però è anche un'interpretazione della realtà, che tu da giornalista vivi molto da vicino.
Cerco sempre di essere molto fedele alla realtà. I personaggi, i dati, le storie sono quasi sempre attinenti alla realtà. C'è lo spazio per l'improvvisazione nei dialoghi, dove comunque cerco di renderli verosimili.


Non hai mai cercato di sviluppare un lavoro sul linguaggio, a partire dai dialoghi, per arrivare al gergo o magari al dialetto che è una delle peculiarità della provincia?
Io scrivo come parlo e come sento parlare: mi diverte moltissimo. Capisco che avrei potuto approffondire la questione del gergo ma trovo limitato trasportarlo sulla pagina scritta. In un certo senso, penso che un linguaggio gergale abbia grossi limiti sia nello spazio sia nel tempo.


In questa traduzione dalla realtà alla scrittura, hai una tecnica particolare?
Scrivo di getto perché voglio che il lettore legga dall'inizio alla fine, sia come legato al racconto. Questo forse dipende un po' dalla mia formazione giornalistica, e mi toglie spazio e tempo a quelle che dovrebbero essere le descrizioni, il paesaggio, la provincia stessa. Me ne rendo conto: ma la mia ossessione è che il lettore vada fino in fondo. Mi rendo conto che non sarò mai un grande scrittore, ma non mi faccio molti problemi.


Chi, secondo te, è un grande scrittore?
Beppe Fenoglio, in assoluto.



a cura di marco denti