Intervista a Ermanno Mariani  Apparsa sul sito www.lettera.com

a cura di Marco Denti


i libri

Intervista ad Ermanno Mariani
Marco Denti - 11-06-2004
 
Due chiacchiere con Ermanno Mariani, in occasione dell'uscita de Il grande Rastrellamento
 

Vivere e raccontare un luogo definito, attraverso i decenni e i secoli, vuol dire attraversare la memoria, condividerla, farla propria, trasformarla in storia e in storie. E' il lavoro minuzioso e costante che Ermanno Mariani, cronista e autore piacentino, dedica alla sua terra, una pianura che, nei suoi racconti, è tutto meno che piatta.

Nei tuoi libri ti sei occupato soprattutto della Resistenza, e in particolare della Resistenza nel territorio piacentino. Al di là della tua specifica appartenenza, cosa c'è importante e/o stimolante da questo punto di vista che unisce il territorio piacentino ad una fase storica determinante per l'Italia?
Nel piacentino si combatté la Resistenza con la R maiuscola. Nella mia provincia vi fu il più alto numero di caduti in combattimento rispetto alle altre province italiane, proporzionalmente al numero degli abitanti. Nel piacentino vi fu il più alto numero di rastrellamenti. In particolare nell'inverno 1944 vi fu il grande rastrellamento dove fu impiegata la 162esima Turkestan, ventimila effettivi più reparti della Repubblica sociale. Fu un fatto nazionale. Nessuna provincia ebbe un rastrellamento di tali dimensioni e i partigiani piacentini lontani dalla linea gotica quando c'era un rastrellamento non potevano fare come nel reggiano, nel modenese e nel bolognese, il passaggio del fronte raggiungendo le linee alleate, come in effetti è stato fatto. Tutto questo perché il piacentino era lontano dalla linea Gotica ed era la zona migliore per colpire la statale numero nove, cioè la via Emilia. In quel momento la più importante strada italiana per i convogli tedeschi di rifornimento al fronte. Dal piacentino con la statale numero 45, si poteva raggiungere Genova, ultimo importante porto in mano ai tedeschi nel '44-45.

I personaggi che racconti, penso al Ballonaio, di cui magari puoi farci una breve descrizione, o anche le figure che descrivi in L'ombra del Ras, sono sempre un po' marginali agli schieramenti, sia che appartengono alla Resistenza che alle forze nazifasciste. Difficilmente sono organici. E' una tua scelta, quella di occuparti di figure piuttosto ambigue?
Indubbiamente le figure un po' ambigue mi colpiscono maggiormente e occuparmene diventa più che una scelta un desiderio. Il Ballonaio è stato definito da più parti una figura ambigua. Ed in effetti lui si è mosso in modo ambiguo ma poi studiando il personaggio emerge che questo suo modo di essere lui lo sfruttava per colpire nel modo più duro tedeschi e fascisti. Il Ballonaio il cui nome era Giovanni Lazzetti fu una delle più celebri figure della Resistenza italiana. Basti ricordare che con un clamoroso colpo portò ottocento fucili ai patrioti. Occorre riflettere su cosa significano ottocento fucili nel luglio del 1944 quando in montagna i patrioti erano ancora quasi tutti disarmati. Per questo colpo i tedeschi diedero il via ad una sanguinosa rappresaglia. Il Ballonaio fece irruzione nella questura del centro di Piacenza in pieno giorno, portando via una mitragliatrice pesante e un camion di equipaggiamenti e sequestrando diversi funzionari di polizia. E' una roba da matti a pensarci. Questa figura di partigiano rapì il federale di Piacenza poche ore dopo la cerimonia in cui fu nominato, anche capo della brigata nera. Una beffa terribile per i fascisti. Sempre il Ballonaio raggirò il generale delle SS Wolf e il primo ministro della Rsi Buffarini, una beffa divenuta ormai leggendaria. Non sono di sicuro organici l'onorevole fascista Barbiellini Amidei, accusato in fase istruttoria di essere il mandante dell'omicidio di un delitto avvenuto a Piacenza nel 1924 e di cui scrivo ne L'ombra del Ras o il Buso, ossia Pier Maria Scotti conte di Vigoleno, scomunicato nella Piacenza del Cinquecento e messo al bando per le sue malefatte ma che incarnò la ribellione italiana durante le guerre d'Italia.

Pur basandosi su fatti storici concreti, su documenti d'archivio e verbali, le vicende che racconti hanno sempre il ritmo della narrazione, quasi fossero racconti o romanzi. Come riesci a sintetizzare o a mediare la ricerca storica, documentale con il tuo stile narrativo?
Ho letto tantissimi romanzi che amo. E ho letto anche molte ricostruzioni storiche. Una ricostruzione storica fredda o astratta è stucchevole. Mi piacciono i personaggi vivi ed ecco che desidero pennellare com'erano fisicamente, che vestiti indossavano che sigarette fumavano, cerco di interpretare i loro pensieri in base ai documenti e alle vicende che hanno vissuto. E poi io mi sforzo sempre di mantenere un ritmo serrato alla storia. Io voglio che chi inizia a leggere una cosa che io ho scritto vada fino in fondo. Ho scritto di narrativa ed è una cosa, o scritto di storia ed è un altra. Sono un giornalista. Mescola il tutto e il risultato sono i miei libri.

La Resistenza è un argomento che è stato oggetto, ultimamente, di interpretazioni divergenti e di tentativi, nemmeno troppo velati, revisionistici. Dal tuo punto di vista personale e avendoci lavorato moltissimo, qual'è il valore storico della Resistenza e cosa è rimasto oggi?
Lo studio e l'interpretazione della Resistenza ha passato varie fasi. La prima fra gli anni Quaranta e Cinquanta era esclusivamente di testimonianza, memorialistica piena di retorica. Ma si tratta di fonti importanti. Negli anni sessanta si è forse scritto meno della Resistenza che è tornata in voga negli anni settanta, questa volta appaiono i primi storici ma si basano ancora quasi interamente sulle fonti orali (che sono ottime ma incomplete). Negli anni ottanta e novanta con i lavori di memorialistica incominciamo ad avere anche ricostruzioni storiche documentali. Poi il revisionismo che se è quello che asciuga la resistenza dalla retorica può anche andare ma se è quello di mettere sullo stesso piano vincitori e vinti non so. A questo mondo ci sta tutto. Però io credo che il valore storico della Resistenza sia quello di una generazione che si è messa in gioco per regalare alle generazioni che sono arrivate dopo un po' di libertà. Credo che oggi sia giusto festeggiare il 25 aprile, in qualunque modo, magari con un pranzo fra amici o con una gita in collina. Chi non festeggia il 25 aprile ha una scarsa coscienza democratica.

Le eccezioni al tuo lavoro legato alla Resistenza e alla seconda guerra mondiale, sono i racconti di Cronisti di provincia e di Lungo la via Emilia, due libri che risalgono ai tuoi esordi. Ce li puoi descrivere brevemente?
I protagonisti di queste raccolte navigano ai margini della società: ladri, tossicodipendenti, spacciatori, puttanieri, giocatori d'azzardo, teppisti da stadio, balordi che provano l'ebbrezza di una corsa in macchina nelle notti di Rimini, ma anche stupratori e malfattori di ogni genere. Avrei preferito la narrativa ma la storia mi consente di vendere più libri e così preferiscono gli editori e quindi...

Alla luce, forse falsa, dell'attualità seguire la cronaca nera e giudiziaria sembrerebbe un lavoro eccitante e pieno di imprevisti. In Cronisti di provincia si scopre che non è così e che è pieno di ombre e di ambiguità, ma anche di miserie umane. E' vero?
Purtroppo per quanto riguarda la mia esperienza è così, sono quasi vent'anni che scrivo di nera e giudiziaria e posso dire di averne viste di tutti i colori, gli imprevisti ci sono ma affrontare questi argomenti è un lavoro duro, sotto ogni punto di vista, sia per gli orari terribili a cui ti costringe la cronaca, sia per le storie terribili in cui spesso, purtroppo molto spesso ci s'imbatte. In Cronisti d Provincia ho provato a raccontare i retroscena di certi fatti di cronaca che talvolta a mio avviso non sono da meno dei fatti stessi che finiscono poi sui giornali. Ma i retroscena sui giornali non ci finiscono perché altrimenti sarebbe il finimondo.

In un modo o nell'altro, ti sei sempre occupato di un territorio specifico, dove vivi, raccontandolo in tutte le forme. Non hai mai trovato limitante occuparti soltanto di un luogo ben definito?
Ho sempre pensato che il modo migliore per raccontare qualcosa a qualcuno è sapere bene cosa si sta raccontando. Io parlo di storie della mia terra con cui vengo direttamente a contatto, conosco la gente, conosco il territorio. Mi sento forte sul mio terreno come quando una squadra di calcio gioca in casa. Se dovessi raccontare di un fatto ambientato a Parigi o a New York, altri scrittori di quei posti mi farebbero a pezzi, semplicemente, non solo perché sono più bravi di me ma perché conoscono la realtà in cui vivono e nessuno dall'esterno potrà competere sul loro territorio. Prendi Charles Dickens, era un cronista della Londra ottocentesca, nelle sue pagine vi sono affreschi memorabili di quella città in quegli anni, nessuno potrebbe fare meglio di lui. Proprio nessuno. Così io dal mio modesto punto di vista cerco anche di mettere in pratica la lezione di Dickens.

Sull'asse della via Emilia, molti autori hanno tratteggiato paesaggi ben diversi dai tuoi e penso a Gianni Celati, per esempio. La tua via Emilia è decisamente più torbida, spesso molto violenta, dai tratti quasi lividi. E' più pertinente alla realtà o è a sua volta un'immagine?
Ho letto Narratori della pianure e altre opere di Celati, ovviamente. Il suo è un rapporto malinconico con queste zone, a tratti anche idilliaco. Ricostruisce vecchie storie con un certo distacco, come se parlasse di un mondo perduto. Ed è un punto di vista. Io faccio come lavoro il cronista e vedo la via Emilia come un cronista. Io quando la percorro lo faccio perché devo scrivere di gravi incidenti stradali, di rapine in banca, di agghiaccianti storie di prostituzione, di inseguimenti in macchina fra carabinieri e malfattori di ogni sorta. Non riesco ad avere il disincanto di qualcuno che si sofferma ed osserva attentamente il paesaggio cogliendo quello che è sparito e quello che c'è di nuovo. Anche se ricostruisco una vecchia storia lungo la via Emilia, come il massacro di Coduro di Fidenza del '45, nell'Eccidio di Strà, lo faccio in presa diretta come se la cosa fosse avvenuta da poche ore. E anche quello fu un fatto di una violenza inaudita. In tutti i miei libri torna la via Emilia. Credo che pochi abbiano scritto quanto me su questa strada.

Avendo a disposizione una barca sul Po e un mese di libertà, che libri ti porteresti da leggere?
Lasciando perdere I tre Moschettieri o l'intera opera di Beppe Fenoglio o tanti altri autori che ho già letto e che mi piacerebbe rileggere direi: I misteri di Parigi di Sue, Don Chisciotte di Cervantes, un giallo di Massimo Carlotto e uno di Carlo Lucarelli.

 





a cura di marco denti